immagini di Mario Perrotta
Capitolo primo
Siamo vecchi
Il primo caldo estivo non mi dà pace. Sono almeno due giorni che non dormo. Da sempre, mi perseguita un senso di brevità della vita che mi guasta il sonno. Non ricordo di aver mai dormito di pomeriggio e soprattutto fino a tardi la domenica mattina. Ho sempre invidiato chi riesce a poltrire ad oltranza con le persiane abbassate. Io, non le ho mai volute chiudere.Decido di fare una salto al parco S. Remo, un agglomerato residenziale di cinque isolati situato nella periferia di Nola.Parcheggio l’auto all’ingresso e percorro a piedi il viale d’accesso. Gli alberi sono mutilati da potatori improvvisati ed i muretti che recintano i pini, sotto cui ci riparavamo dal sole in estate, sono consumati dall’usura del tempo e deformati per la spinta delle radici degli alberi diventati ormai adulti. Passeggio un po’ e scelgo una panchina meno rovinata delle altre per sedermi. Mi sembra ancora di sentire le urla di noi bambini che giocavamo a calcio, sette pietre o nascondino. Ho abitato qui per quasi sedici anni. In inverno il viale si spopolava, ma in estate, era gioia pura. Eravamo almeno trenta bambini. Questo posto era un richiamo irresistibile per i ragazzi che abitavano nei dintorni. Il viale principale, anche se asfaltato, diventava un campo di calcio perfetto. Realizzavamo i pali delle porte ammucchiando aghi secchi di pino, o accostando pezzi delle rifiniture di marmo dei palazzi, venuti giù a colpi di pallonate. Ancora oggi ho le facce di tutti stampate nella mente, le loro particolarità, l’odore delle loro camere, le loro paure acerbe. Mi chiedo ora dove siano finiti i bambini, non ne vedo e non sento le voci. Ma devono esserci. Un supersantos sgonfio, incastrato sotto una macchina, ne testimonia il passaggio. Anche se, a pensarci bene, tutte le volte che torno qui non ho mai visto un bambino giocare nel viale. Forse sono a casa inchiodati alla playstation, o qualche nuova disposizione condominiale impedisce loro di giocare nel parco. Prima di andar via, mi fermo ad osservare la finestra dalla quale Italia, anche d’inverno imperturbabile al freddo, si affacciava per fumare la sua amata MS morbida. Da ragazzetto gliele chiedevo, ma da grande, quando le era proibito fumare, sottobanco gliene lasciavo due o tre, sfidando l’ira di sua figlia Claudia. Da tre anni non c’è più, se l’è portata via un tumore. Veniva da Milano, spesso ci correggeva i congiuntivi e quando parlava, io m’incantavo ad ascoltarne la dizione. Quando torno in questo posto il tempo sembra fermarsi, anche se trascorrono le ore. Inizia ad imbrunire. L’aria si rinfresca, ma arriva forte il lezzo dalla discarica di Tufino. Risalgo in macchina e mi dirigo al Bar Lido Azzurro, nel centro di Cimitile, per annaffiare la noia con una buona quantità di birra ghiacciata. Questo Bar è da anni il ritrovo di una sorta di comitiva, aggregatasi per la sola passione del bere; in realtà ho sempre creduto che ci fosse dell’altro che ci legava, ma non sono ancora riuscito a capire cosa.Qui la vita sembra essersi fermata agli anni sessanta. L’insegna è ancora dipinta a mano, sbiadita dal tempo e mai restaurata; il pavimento è di mattonelle ormai prive di brillantezza, ma forse non è mai stato lucido neanche da nuovo; le pareti sono piene di pubblicità, incise su vetro a specchio, di alcolici non più in commercio da almeno trent’anni; il telefono ha superato anni di servizio, è di quelli con la rotella a molla, con i numeri impiastricciati dal sudore delle dita dei lavoratori, in particolare braccianti, che ne usufruivano prima dell’avvento dei telefonini.Il proprietario del bar, Zio Ilario, come tutti gli oggetti e le vite del Lido Azzurro, sembra vivere in una dimensione separata dal resto del mondo. Ripete da almeno quarant’anni gli stessi gesti che gli hanno forgiato la postura, fino a cristallizzarlo nella forma attuale.Mentre sorseggio la prima birra, sopraggiungono Ciccio ‘o marrucchin’ e Dobro con Macchietta, il cane storico della piazza. “Dove hai lasciato le tue donne?” mi chiede Dobro. “A casa con i loro fidanzati!” e beffeggiandolo, lo scanso “Fammi salutare le persone giuste!” e, come da rituale, abbraccio forte Ciccio e gli chiedo se vuole una birra.“Paga tu questa che a’ prossima a’ pago io!” Ciccio è un italo-marocchino-napoletano di Casablanca, con un sorriso contagioso e due occhi neri magneticamente sinceri. Vive in un basso con cortile annesso che è un vero letamaio. Spesso ci andiamo a fumare, parlare di politica, vita e spiagge africane, mangiando carne di manzo speziata arrostita. Più ci tratteniamo da lui, più il tanfo della sua casa diminuisce, tanto che quella stamberga inizia a diventare familiare ed in certe circostanze, si tramuta in un giardino profumato degno di un principe marocchino. Ma i vestiti s’impregnano di quell’essenza e talvolta quell’odore evapora dal mio giubbotto di pelle, saturando l’aria intorno. Quando quest’alchimia accade nel mio ufficio, la sua pregnanza mi rammenta quanto sia sterile l’ambiente in cui lavoro.In una danza continua di entra ed esci dal Bar, un ciao ed un buonasera, partono le prime quattro birre. Dobro è ansioso come al solito e mi trasmette un sentimento di inadeguatezza verso il mondo, ad ogni sorso sincrono di birra. Ha un’eleganza innata, capelli lunghi e neri, ma sul suo volto sottile c’è sempre stampata un’espressione di sofferenza. Il suo vero nome è Francesco ed è il fratello di Gigi, un mio amico d’infanzia. Gigi mi raccomandò di tenerlo per un po’ sotto controllo, perché temeva si pungesse ed io escogitai un modo per avvicinarlo e parlargli. Una sera, fugando i dubbi del fratello, finimmo entrambi ubriachi a fare a botte con dei polacchi, perché iniziammo a corteggiargli le donne. E così nacque la nostra amicizia ed il suo soprannome: uno dei polacchi si chiamava Dobroskj o qualcosa del genere.Io e Dobro viviamo davvero alla periferia dell’umanità. Cazzo quanto beviamo. Odiamo le discoteche, ma ci piace divorare con gli occhi le ragazze ‘impernacchiate’ che incontriamo nei bar, prima che vadano a ballare. Non ci curiamo dell’abbigliamento. Lui non lavora regolarmente, io si, ma lo stipendio mi basta appena per supportare la mia sete e mio padre. Talvolta è dura arrivare a fine mese. Quello che lui guadagna saltuariamente, come cameriere, serve appena per sopravvivere ad un fine settimana. Ma c’è qualcosa di vero nelle nostre vite. Abbiamo accettato che nascere qui è stato una sequenza disordinata di casualità e giochiamo con le nostre angosce, ma lo facciamo seriamente. Siamo contro, senza fede politica o religiosa, senza ambizioni di successo, siamo semplicemente contro“Ma che cazzo hai stasera?” “Siamo vecchi, Cristiano, siamo vecchi!”. E’ tanta la serietà e la sincerità della sua espressione che, all’improvviso, tutto l’alcol della birra bevuta mi sale alla testa. Non riesco a rispondergli. Dopo mezz’ora in silenzio, rincasiamo senza nemmeno salutarci. La mezza sbronza sarebbe riuscita a farmi dormire. A casa, mi osservo nello specchio del bagno per esaminare la ghiandola che ho sul viso, sotto l’attaccatura del lobo sinistro. E’ sempre più grande e non mi decido a farla asportare. Provo un intimo piacere ad avere quest’inestetismo sulla faccia, anche se spesso s’infiamma, tanto che me la strapperei con le mani e spesso ho desiderato che qualcuno me la portasse via, con un morso forte e ben assestato. Fissandomi più attentamente distinguo una ciocca di capelli bianchi, i denti sani ma ingialliti dal fumo, qualche ruga d’espressione inizia ad essere visibile. Dobro ha ragione, se non siamo già vecchi di certo stiamo invecchiando!
Capitolo secondo
I cerini e la chitarra
Sono un paio di sabati che mi defilo dal BAR. Preferisco esplorare posti che di solito non frequento. Amo camminare a piedi, ho il tempo di osservare quello che accade intorno.Decido di fare un salto alla libreria Feltrinelli di Napoli, ma prima di entrare, ho voglia di fumare una sigaretta. Non trovo l’accendino. Chiedo allora ad una figura smilza, appoggiata ad una macchina, di farmi accendere. Questi, abbastanza seccato per la richiesta, estrae dalla tasca del pantalone una scatola di cerini. Cerca inutilmente di accenderne uno, poi si convince a farmi provare da solo. Dimostro subito una certa abilità nel maneggiare la scatola. Accendo, borbotto un grazie e mi allontano. La sigaretta prende subito un sapore misto di plastica e cera. Quel sapore lo conosco bene. Mi fa pensare alle prime sigarette fumate di nascosto.Io e Gigi eravamo in giro nel parco, in cerca di qualcosa per metter su una parvenza di porta per la solita interminabile partita di calcio, quando vidi due grosse pietre di tufo, accostate l’una accanto all’altra con una certa regolarità. Mi avvicinai per raccoglierle e, dopo averle alzate, scovai un pacchetto di sigarette ed una scatola di cerini. Chiamai Gigi che era poco distante da me: “Giggì corri, guarda cosa ho trovato” e lui, avvicinandosi con la sua andatura goffa per i piedi piatti, disse: “Guarda che culo, un pacchetto di sigarette quasi pieno!”. Immediatamente c’impossessammo della refurtiva e ci allontanammo velocemente verso i garage sottostanti l’isolato dove abitavo. Gli altri avrebbero iniziato anche senza di noi. Ci rintanammo nel sottosuolo umido del garage. Gigi mi guardava un po’ preoccupato, ma mi seguiva con rispetto per il bottino scovato. Aprii il pacchetto, estrassi due sigarette e gliene porsi una. Gigi si ritrasse:“Cristiano, ma non è che poi ci farà male?” “Dai Giggì non fare il cacasotto! Fumano tutti, proviamo e se non ci piace, le gettiamo!”. Con impaccio tentai di accendere la mia prima sigaretta e, dopo esserci riuscito, accesi un altro cerino per la sua. Una nuvola densa di fumo avvolse le nostre piccole teste e ci fece lacrimare gli occhi. Gigi aspirò ed iniziò a tossire. Non so quali fossero le sue sensazioni, ma a me, dopo la terza boccata di fumo, la testa iniziava a girare. Una vertigine mista ad un senso di angoscia e smarrimento: stavamo fumando come facevano i grandi. All’improvviso mi sentii adulto e all’indomani, a scuola, non sarei stato più il ragazzetto strano, gracile ed occhialuto della I E del liceo “Enrico Medi” di Cicciano. Fumai con l’avidità che mi appartiene ancora oggi. Uscimmo dal garage che ci tremavano le gambe, preoccupati perché puzzavamo di fumo. Gigi mi guardava come se gli avessi fatto commettere il più atroce dei delitti e quasi in lacrime mi disse: “E se poi a casa se ne accorgono, come faccio?”. Gli proposi di andare a comprare delle gomme. Quel sapore di tabacco, misto alla pregnanza dei cerini, mi aveva davvero impiastricciato la bocca e mi dava la nausea.Immerso nei ricordi, getto la sigaretta ed entro in libreria. Lo sbalzo di temperatura tra il caldo della strada e l’aria condizionata, mi fa girare la testa. Lancio uno sguardo fugace e senza interesse ai libri in promozione e mi dirigo direttamente al piano interrato, alla sezione “Musica”. Da tempo cerco una biografia di Nick Drake. Non la trovo e chiedo ad un addetto se ci sono copie disponibili. E’ da ordinare. Ascolto Drake con l’insano interesse che nutro per tutti gli artisti che hanno concluso la propria esistenza in modo drammatico, dai Nirvana di Cobain, passando per Buckley, Ellioth Smith fino ad arrivare a Drake. Le loro voci mi confortano. Le loro melodie sono consapevoli della tragicità che li attendeva, ma la sofferenza di Drake, è qualcosa di più profondo. Viene da un sommerso che solo i veri malati d’anima conoscono. La sua voce è un fiato sottile, delicato, che ti commuove ed ascoltandolo, mi sembra di essere cullato verso un mondo onirico, ma rassicurante. Spesso ho creduto di parlare con le loro anime, di condivide con loro il dolore e la passione, ma soprattutto il coraggio di andare a fondo nell’anima, in quel bassofondo dal quale non tutti riescono a risalire.Ordino il libro, poi proseguendo il mio giro per gli scaffali della libreria, noto una bruna prosperosa, con una gonna di jeans che le arriva al ginocchio. Poggia il suo corpo su due caviglie sottili, sublimate da un paio di scarpette rosse aperte, con i laccetti che le accarezzano i polpacci. Sfoglia "Una sola moltitudine" di Pessoa. Vorrei avvicinarmi e tentare un approccio, ma la paura d’imbattermi in una lettrice seria m’impietrisce o forse, più semplicemente, non ho voglia di parlare. Mi avvicino al piccolo bar della libreria ed ordino un cubalibre per dissetarmi. Mi siedo al tavolo, sfoglio un catalogo, continuando a seguire sott’occhio le caviglie della bruna finchè, seccato dal mio immobilismo, bevo tutto di un fiato e vado via.Mi dirigo verso il lungomare di Mergellina. Il mare emana un odore di marcio e nafta, ma starei ore fermo ad osservarlo. Sono attirato dalla sua calma apparente, che nasconde in realtà microvita in continuo movimento.E’ora di tornare a casa. Giunto alla stazione, nonostante sia abituato al viaggio, mi pervade uno strano senso d’ansia. Mi convinco che è colpa del rhum.Il treno delle 19.15 è in partenza. Accelero il passo e riesco a prenderlo al volo. Scelgo il mio posto con cura. Dopo alcune fermate, dal vagone che precede il mio, intravedo Gianluca, un compagno di classe del liceo, sudato marcio, intento a chiedere monete ai viaggiatori. È strano che stia chiedendo i soldi nel viaggio di ritorno. Di solito, la ‘questua per la dose’, si fa all’andata per Napoli. Volto la faccia nel tentativo di non farmi riconoscere, ma è troppo tardi. Il posto a fianco al mio è libero. Sudato, con l’affanno ed una ‘ruota addosso infinita’ (che vuol dire???), si siede. L’uomo seduto di fronte a me, stringe forte a sé la borsa contenente il portatile. Gianluca inizia il suo sproloquio esibendo una dentatura nera, ridotta così dall’eroina: “Ahoo come stai, mammamia quanto tempo, ti ricordi di quando ci facevamo le canne giù alla sala prove? Eri sempre ubriaco ed io ti ripigliavo!”. Ormai sono rosso come un peperone, la cuffia sinistra del mio i-pod, si stacca per dilatazione termica dall’orecchio, ma lui ancora più bastardo continua: “ti ricordi girammo un video e tu stavi ubriaco marcio! anzi no eri proprio collassato!!”. Ride grondando sudore dalla fronte e conclude: “Me li presti cinque euro?”. Io avrei dato anche le scarpe affinché mi lasciasse in pace, così prendo tutte le monete che ho e gliele spiaccico nella mano sudata. Raggiunto l’obiettivo, si dilegua all’istante. Finalmente me ne sono liberato. Il viaggiatore distinto mi osserva, lanciandomi occhiate di accusa, come se io fossi stato la rovina di Gianluca e di tutti i tossici del mondo, il solito furbo che porta gli altri sulla cattiva strada e poi si defila.Arrivo finalmente alla mia fermata, scendo in fretta, accendo una sigaretta e tiro un sospiro di sollievo.A casa provo il solito senso di vuoto. Mio padre è come se non ci fosse, sempre rinchiuso nella sua stanza. Talvolta penso che era meglio quando aveva la forza e l’incoscienza per devastarmi l’anima ma ora, dopo anni di bombardamenti farmacologici, è diventato mansueto.Mia madre non la sento da mesi e questo non mi dispiace. La rispetto per la scelta di essersene andata, ma evito accuratamente di incontrarla. Gli anni vissuti con mio padre le hanno strappato ogni possibilità di sorriso dalle labbra.Entro in camera di mio padre e gli lancio un pacchetto di sigarette sul letto. Non gli bastano mai.Gli chiedo come si sente e lui sibilando: “Come al solito Cristià”.Vado in camera mia, una stanza con le pareti bianche ed il mobilio asettico in tinta. Afferro con energia la custodia della chitarra, estraggo le pinze ed una muta di corde nuove dalla tasca laterale e mi preparo al rituale cambio di corde. Quando eseguo quest’operazione, con scrupolosa metodicità, mi sento come un antico guerriero che affila la propria spada per le future battaglie. La chitarra è distesa sul letto, sembra una donna sinuosa. Affianco la sedia al letto per lavorare con comodità. Allento le corde vecchie, le estraggo con delicatezza dai fori. Con un panno pulisco la cassa e la tastiera. Sciolgo le corde nuove dalla confezione e per ognuna di esse, prendo con rigore la misura giusta alla paletta per evitare eccessivi giri con le chiavette e le infilo nei fori della meccanica. Dopo aver inserito l’ultima corda, abbozzo un’accordatura, tendo le corde con le dita e la riaccordo. Ripeto questa operazione tre o quattro volte. Tiro giù energicamente un Sol maggiore, plettrando dal basso verso l’alto. L’arma finalmente è pronta per sparare note ed accordi. In realtà non sono mai stato granché come musicista, ma amo suonare come poco altro nella vita. Fin da piccolo dimostrai una certa confidenza con il pianoforte, ma in casa non c’era e dovetti ripiegare sulla chitarra che era più economica. La prima chitarra me la prestò “Baffo di ferro”, chiamato così perché a dieci anni, già aveva baffi e barba duri come un uomo. Il fratello più grande di Baffo, Mimì, ebbe come regalo una chitarra per i suoi diciotto anni, ma le sue mani erano già incallite e conformate alla lavorazione del marmo da quando lavorava nella fabbrica del padre, che quel legno con corde sottili, non dovette sembrargli adeguato. Così la chitarra del fratello di Baffo finì su di un armadio e, dopo tre anni, tra le mie mani. Mia madre non accolse di buon grado questo oggetto rumoroso in casa, ancor meno il tempo che gli dedicavo sottraendolo allo studio. In effetti esageravo. Iniziai a portarmi la chitarra anche nell’unico cesso della casa, restandoci chiuso a chiave per ore ad esercitarmi. La musica divenne la mia attività principale, offuscando tutto il resto. Quando mia madre m’impose di prendere ripetizioni in matematica per un’insufficienza rimediata al terzo anno di liceo, ebbi la geniale idea di disdire l’impegno con il professore, inventando la scusa di un improvviso trasferimento di tutta la famiglia a Torino e chiamai un maestro di musica. Mia madre affidava incautamente la parcella del professore nelle mie mani ed io la rigiravo a Pino, il maestro di chitarra, ricavandoci anche i soldi per le corde e le sigarette. Ma il profitto, al secondo quadrimestre, non migliorò, anzi, peggiorò sensibilmente, costringendo mia madre a far visita al professore per chiedere spiegazioni. Non so la faccia che dovette fare mia madre, quando il professore la informò di avermi tenuto a lezione al massimo per due settimane, ma ricordo benissimo quali conseguenze sortì la scoperta. Quella sera rincasai ignaro dell’accaduto, felice e pieno di me. Ero riuscito a mettere su la mia prima band. Avevo convinto Gigi a suonare il basso, anticipando ventimila lire per un basso usato che non finimmo mai di pagare, e per una specie di amplificatore, che avrebbe fatto sorridere, per la pessima fattura, il peggiore dei musicisti. Alla batteria, ci sarebbe stato Vincenzo, l’unico a suonare seriamente ed alla chitarra e voce solista, un metallaro doc, Valerio, che ingaggiammo per la stupenda jackson elettrica e per il suo amplificatore mesabooge valvolare che da solo avrebbe dato il suono a tutto il gruppo, ma soprattutto perché mise il suo garage a disposizione per le prove.Io avrei suonato la chitarra e fatto le seconde voci. Non mi sembrava vero, ero al settimo cielo. Si, c’erano ancora da comprare un amplificatore decente, gli effetti, ma avrei provveduto in qualche modo. Salii le scale, evitando come sempre accuratamente l’ascensore, aprii la porta di casa senza sospettare nulla. L’aria di casa era pesante, ma non presagiva la tragedia. Mio padre era ancora in giro per clienti, tentando di rifilare assicurazioni, mia madre preparava la cena e non mi rivolse la parola. Avevo fretta di comunicargli con orgoglio la nascita della migliore fottutissima rockband Nolana. Mi ero completamente dimenticato che nel primo pomeriggio c’era stato il solito bastardo incontro tra genitori ed insegnati e che inevitabilmente mia madre era venuta a conoscenza del mio rendimento scadente ed imbarazzante in matematica. Ero troppo preso dal mio futuro musicale per studiare. Mentre canticchiavo “Come as you are” dei Nirvana, entrai nella mia camera, praticamente uguale a quella nella quale dormo ancora. Al ricordo mi tremano ancora le gambe. La mia chitarra giaceva a terra, sventrata. Gli spigoli laterali della cassa armonica erano tutti ammaccati. La paletta, spezzata, era rimasta attaccata per una piccola parte di legno al manico e pendeva come strozzata, tirata dalle corde, verso il manico. Stava lì, muta, a terra, al centro della mia stanzetta. Forse aveva urlato, forse aveva chiesto aiuto mentre io non c’ero. Era troppo tardi. La violenza, con la quale mia madre gli si era scagliata contro, doveva essere stata eccezionale. Era irreparabile. Non urlai, ma mi sgorgarono due lacrimoni che ingoiai, avvertendo un crampo all’epiglottide. Un calore invadente s’impossessò della mia testa. Mi salì istantaneamente la febbre. Chiusi la porta a chiave, imbracciai la mia chitarra come fosse un fratello in fin di vita, la strinsi con me nel letto, spensi la luce e ripresi a piangere singhiozzando.
Capitolo terzo
Un fratello dal dente d’argento
Ad Agosto, come al solito, sarò al verde. Mi si prospetta un lento marcire in qualche BAR rimasto aperto. Anche i ragazzi di Zio Ilario, tranne Dobro, andranno in vacanza. Potrei approfittare di qualche centinaia di euro messi da parte per l’assicurazione dell’auto, per fare una capatina a Bogliasco, in Liguria, la prossima settimana. Le ferie non sono un problema, ne ho almeno un mese cumulate e giugno è un buon mese per andare in vacanza.Sono stato nelle vicinanze di Bogliasco in vacanza, per un paio di settimane, quando avevo vent’anni, poi, per una serie fortuita d’incontri ci sono rimasto un anno. Non avvertirò nessuno della partenza. Sono solito fare una sorpresa ai miei amici liguri: sono sempre contenti di rivedermi.Partirò con l’espresso delle ventuno da Napoli Centrale, arrivo a Genova previsto per le sei, il tempo di fare colazione, sfogliare un giornale e prenderò il locale per Bogliasco. Tappa obbligata, la farmacia del paesino. Una volta entrato, come un normale cliente, chiederò ironicamente del signor Saccardone. I farmacisti mi osserveranno straniti e dopo avermi riconosciuto, staranno al gioco e chiameranno Gianfranco, che lavora in magazzino. Il titolare, del quale non ricordo mai il nome, voltandosi verso il retrobottega urlerà: “Gian c’è uno della polizia che ti cerca, vieni subito!!” Gianfranco arriverà affannando, con la lingua di fuori e capito lo scherzo, battendo le mani sul bancone, urlerà: “A figlio d’una bagascia, stò terrone di merda!”. Mi verrà incontro verso l’uscita della farmacia, tirandomi affettuosamente con un braccio e cingendomi con l’altro fraternamente il collo e dirà: “Sto’ qui non ti avverte mica che arriva, te lo trovi addosso all’improvviso!”. Andremo a casa sua per posare la borsa e prendere le chiavi di casa, duplicate anni prima proprio per me. Ritornato a lavoro, nessuno oserà dirgli nulla: tutti sanno che tra me e Gianfranco c’è un’amicizia speciale.Immerso in questi pensieri, respiro avidamente, come se il profumo della Liguria già iniziasse a sanarmi i polmoni.La stazione di piazza Garibaldi mi provoca una sensazione di angoscia e disagio. Di notte è un’ alcova per i diseredati da dio e la paura di essere aggrediti è sempre elevata. Gli espressi notturni sembrano emanare il sudore acre dei pendolari trasportati. Trovo posto in uno scompartimento di un vagone semivuoto. Alcuni scomparti hanno già le tendine serrate. Adagio il piccolo bagaglio sul portabagagli in ferro e mi avvio all’uscita per fumare una sigaretta prima del viaggio. Il tempo di fumare mezza sigaretta e il segnale verde di partenza, anticipa di poco il fischio del capotreno.Le fermate le conosco quasi tutte a memoria. Inizio a leggere il libro scelto per il viaggio: “La metamorfosi” di Kafka. In treno riesco a leggere bene. Mi sono sempre chiesto il perché, trovando una miriade di spiegazioni pseudo-poetiche, ma credo che quella più plausibile sia che il dondolio del treno ed il suono monotono delle rotaie sui binari concili la lettura.Ad Aversa salgono due ragazzotti in divisa militare, sicuramente diretti a La Spezia. Entrano nello scomparto con fare sguaiato e quasi violento. Ad uno di loro puzzano terribilmente i piedi, messi a marcire in anticipo nei nefasti anfibi in dotazione dell’esercito. Il loro accento mi infastidisce. Parlano ad alta voce, ignorando me e Kafka. Probabilmente prima di salire hanno fumato una canna ed ora sono su di giri. Il più robusto dei due ride volgarmente e dà degli energici scoppoloni all’altro, senza apparente motivo. L’altro subisce le percosse senza reagire, quasi rassegnato e smorzando un sorriso assente, prova le suonerie sul cellulare. Ne seleziona una che riproduce “Una come te” di Gigi D’Alessio ed entrambi, sembrano finalmente trovare pace.Provo compassione per loro. Immagino le loro case immerse nelle campagne desolate della provincia casertana, sicuramente di quelle case mai rifinite, fatte in tufo con l’esterno senza intonaco. Immagino le loro madri grasse e vestite di nero, sempre afflitte da qualche lutto, che probabilmente quella sera stessa avevano pianto per i loro figli costretti a fare i soldati per guadagnarsi la pagnotta. Immagino le loro fidanzate obbligate dalla loro assenza a starsene in casa e a non uscire la seraDurante il viaggio tento di leggere i loro desideri ed immagino una macchina sportiva, una moto o un cellulare d’ultima generazione. Questi due ragazzi, strappati dalla vita di campagna, sono disarmati al cospetto di un mondo che vuole solo depredargli lo stipendio per appagare desideri sublimemente imposti. Ma forse la loro vita è migliore della mia.Li ignoro per il resto del il viaggio. Scendono a La Spezia, ma la puzza di piedi resta. Sono eccitato dal fatto che manca poco alla fine del viaggio. Si inizia ad intravedere dai finestrini la riviera ligure, dipinta di un blu intenso. A Bogliasco ho conosciuto alcuni pittori e grazie a loro ho imparato ad amare i colori di questa terra, in particolare il colore del tramonto. È spettacolare: un rosso arancio che predomina, con delle sfumatura violacee ed azzurrine. Spesso di sera andavo da solo o con Gian al molo. Ci sedevamo alla fine della banchina del porticciolo turistico per respirare il tramonto. Ce ne stavamo in silenzio ad ascoltarlo e a farci dipingere l’anima dai suoi colori. Chissà se Gian ci andava ancora, oppure evitava. Nel paesino già gli davano del matto per la sua vita sregolata. Avevo conosciuto Gian durante le vacanze estive. Ero in campeggio a Sestri Levante con alcuni amici e un pomeriggio decisi di visitare i vicoli di Genova. Dopo aver girato per ore senza meta, mi fermai in un posto frequentato da ragazzi e conobbi dei tipi che sembravano tranquilli. Iniziammo a bere e discutere della “condizione meridionale” ed io, indisposto da frasi offensive gratuite contro la gente del Sud, diedi del coglione razzista ad uno di loro. Questi iniziò a spintonarmi, fino farmi cadere in terra. Io non esitai a saltargli addosso e a colpirlo ripetutamente alla faccia fino a rompergli il naso, ma i suoi amici mi si scagliarono contro violentemente. Mi pestarono fino a farmi quasi perdere conoscenza, tanto era il dolore per i calci dietro la schiena. Gian era poco distante e venne a sedare la rissa. Gli servì poco per farlo, solo anteporre il suo corpo al mio. Gian aveva circa quarant’anni, alto più di un metro e novanta, robusto, capelli castani e lunghi, un vocione profondo e paterno ed una paio di occhialini modello Jhon Lennon che gli ingrandivano gli occhi tanto intelligenti, quanto folli. Dopo averli allontanati, mi aiutò a rialzarmi, macchiandosi la camicia con il sangue che usciva da una ferita che avevo al sopracciglio destro, procuratami battendo la testa sullo spigolo del marciapiede. Mi chiese dove abitavo ed io gli dissi che ero in campeggio a Sestri e che dovevo prendere la corriera a piazza Vittoria massimo per le mezzanotte.“Ma dove cazzo vai così conciato?”. In effetti ero davvero malconcio. Mi propose di rilassami un po’ e di andarmene a casa sua a Bogliasco. Avrebbe potuto ospitarmi. Io accettai subito. Quell’uomo sembrava buono, e d’altra parte non ce l’avrei mai fatta a tornare da solo a Sestri.La casa di Gian appariva buia, anche con le luci accese. Mi diede una camera che un tempo doveva essere degli ospiti. Il tempo di ringraziarlo, mi appoggiai sul letto e mi addormentati. La mattina successiva era domenica. Mi svegliai verso le nove del mattino, ma lui dormiva ancora. Andai al cesso per sciacquarmi la faccia e ripulire la ferita dai grumi di sangue. La casa era in uno stato di semi abbandono. Era chiaro che non ci vivesse una donna. Il mobilio narrava una qualche condizione aristocratica passata, ma decaduta. Le pareti erano da ridipingere, la cucina incrostata, vestiti ammontati su sedie e poltrone. La finestra affacciava sul porticciolo di Bogliasco. Il golfo del Tigullio si vedeva in tutta la sua bellezza, fino a Punta Chiappa. Volevo prepararmi il caffè, ma non sapevo dove fosse il necessario. Mentre scavavo tra i piatti ammontati nel lavandino per cercare la caffettiera, questi si scomposero facendo un gran fracasso che dovette svegliare Gian. Dopo poco si alzò ed uscì dalla sua stanza. Era in mutande ed occhiali. La sua stazza era davvero imponente. Mentre sbadigliava, gli scorsi un incisivo color oro. Ancora semi addormentato mi disse: “Come va la ferita?” ed io gli risposi: “Una cosa da niente, guarirà in breve tempo” poi aggiunse: “Come cazzo hai fatto a beccare quelle brutte teppe? Si vedeva da lontano che erano fatti di brutto! Oddio, neanche tu eri proprio apposto!”. Io sorrisi e gli spiegai che avrei dovuto raggiungere in qualche modo i miei amici a Sestri. Lui suggerì di telefonargli per avvisarli e mi propose di andare al mare. Decisi di accettare la proposta, del resto non avevo una gran voglia di ritornare al campeggio. Andammo a fare colazione in un baretto sul mare. Offrii io per ripagarlo del gesto della sera prima. Quel ragazzone di quarant’anni mi era davvero simpatico. Al bar parlammo per ore, raccontandoci un po’ di vita e più discutevamo, più Gian sembrava essere la mia proiezione in una vita futura. Diventammo subito amici. Gli raccontai che a casa non stavo bene a causa del rapporto con i miei e che non avevo un lavoro stabile, così mi propose di restare a Bogliasco. Qualcosa da fare si sarebbe trovato almeno fino a settembre e poi lui stava cercando un inquilino con cui dividere le spese della casa, anche se l’affitto non volle mai farselo pagare. Chiamai Carmine, avvertendolo che sarei passato a prendere la mia roba entro sera e che non avrei proseguito le vacanze con loro. Carmine non si stupì, erano abituati a perdermi di vista all’improvviso.Dopo una settimana telefonai anche casa avvertendo che non sarei tornato e che avevo trovato un buon lavoro. Mia madre, come al solito, iniziò ad urlare a squarciagola. Fui costretto ad attaccarle il telefono in faccia: la rividi dopo un anno. Iniziai a lavorare prima in un bar, poi in un ristorante come lavapiatti, in piscina come aiuto bagnino, come traslocatore. Restai da Gian per un anno. Stavamo bene insieme. Lui mi faceva un po’ da padre ed io lo incoraggiavo a riprendere a disegnare. Gian era stato un disegnatore, uno di quelli bravi, ma la vita era stata un bel po’ bastarda e lui troppo pigro per vincere la battaglia. A ventisei anni, perse nel giro di pochi mesi, sia la madre che il padre, con una sorellina da crescere e la casa da portare avanti. Fu costretto a trovare in fretta un lavoro redditizio per far fronte ai debiti accumulati. Non poteva permettersi di attendere di essere assunto come disegnatore in qualche azienda.Erano anni che non disegnava, anche se inevitabilmente dalle sue mani usciva sempre qualcosa di creativo. La sera, a tavola, con il coltello era capace di tirare fuori dai tappi di sughero del vino, delle figure aggraziate, minuziose e delicate. Era impressionante la velocità con la quale creava quello che aveva in mente da un semplice tappo di sughero. La vita a Bogliasco iniziava a piacermi.Bogliasco pullulava di persone particolari. O forse ero io ad attirarle.Tra le persone che frequentavo c’era “Rumenta”, un uomo basso e tarchiato, capace di bere anche dieci negroni di fila. Lo chiamavano così perché lavorava come spazzino comunale. Puzzava come una capra, si lavava al massimo una volta a settimana e quando lo vedevi lindo, potevi esser sicuro che era domenica.Poi c’era la combriccola del Gino: quattro vecchiacci amici da sempre, simpaticissimi, ma bastardi con chi gli stava sulle palle e con loro bevevo spesso del “dolcetto d’ovada”. Quell’anno conobbi molte donne. Mi innamorai della figlia di un notaio genovese, Dolores. Era bellissima. Capelli neri come la pece, occhi azzurri, carnagione bianco porcellana, diciassette anni ed un’attitudine ai rapporti anali come non ne avevo mai praticati prima. Diceva ai suoi che andava a dormire da un’amica a Rapallo ed invece trascorreva i fine settimana con me a casa di Gian. Eravamo come una famiglia. Dolores era ricca, ma non approfittai mai del suo portafogli sempre pieno. Ricordo ancora la prima volta che facemmo all’amore. Eravamo in spiaggia. La luna illuminava d’argento le onde e di venere il viso di Dolores. Aveva una gonna cortissima e delle mutandine di pizzo color rosa, mentre ci baciavamo mi allontanò da se, apri lentamente le gambe con un agilità da ballerina, scostò le mutande mostrandomi il pelo nero e la fica vermiglia, come certi frutti di mare, sorrise, mi fissò negli occhi e mi disse “Scopami!!”.La lasciai pochi giorni prima di tornare a Nola, aveva un ritardo di due settimane. Non credevo l’avrei più rivista.Il treno viaggia con quasi un’ora di ritardo, ma non importa, non ho fretta. Anche se è Giugno, la temperatura è eccessivamente bassa. Il cielo si è ingrigito e non promette miglioramenti. Bevo un caffè alla stazione, do uno sguardo agli orari dei treni locali. Mi avvio al binario. Mi sento strano. Una vertigine s’impossessa dell’equilibrio, forse è la stanchezza del viaggio. Dopo 15 minuti giunge il treno. Arrivo a Bogliasco. Scendo dal treno, percorro il sottopasso. Accendo una sigaretta prima dell’ultima rampa di scale che porta all’uscita. Mi fermo sull’ultimo gradino, di fronte un manifesto attaccato al muro, ancora fresco di colla: “SI E’ SPENTA LA CARA ESISTENZA DI GIANFRANCO SACCARDONE di anni 47 – ne danno il triste annuncio la sorella Chiara e gli amici tutti – Si dispensa dai fiori”.Mi siedo su di un gradino della scale. Non escono lacrime. Nessuno mi ha avvertito. Sono le otto del mattino, ma sembra notte. Come un fantasma mi avvio verso il porto. Fumo la sigaretta in meno di un minuto. La vita nelle strade inizia ad animarsi e qualcuno getta uno sguardo alla mia figura, qualcuno mi ha riconosciuto e stenta un saluto. Prima di imboccare la discesa che porta al molo, mi fermo al “Bar Sempre Verde”. Non conosco il nuovo gestore del bar, gli ordino un caffè chiedendogli se conosce Rumenta o Gino il fotografo. Mi dice che non ancora non li ha visti, ma porgendomi il caffè, mi invita ad aspettarli. Probabilmente sono a casa di Gian. Devo trovare il coraggio di bussare. Forse sarebbe meglio andare direttamente al funerale. Mi chiedo come sia morto Gian e perché nessuno mi ha avvertito. Cazzo, i miei recapiti li avevano! Mi avvio verso casa di Gian. Giunto al 21 di Via Speranza, citofono. Mi risponde una voce di donna con forte accento genovese. Mi presento, apro il portone e salgo i cinque piani a piedi. La porta è aperta. Entro sussurrando un salve. Vedo Chiara seduta in cucina con le gambe stese sotto il tavolo, ha gli occhi spenti. Non mi riconosce subito. Si alza e viene verso di me. Mi osserva per un paio di secondi, poi mi getta le braccia al collo e mi stringe forte, iniziando a piangere. Non riesco a trattenere le lacrime. L’abbraccio forte anch’io. Le lacrime soffocano qualsiasi frase di convenienza. Dopo quasi un minuto, Chiara stacca la faccia dal mio collo e, con una dolcezza disarmante, mi dice: “E’ di là, vuoi vederlo?”. Acconsento.Chiara mi dice che Gian si era ammalato di tumore un paio di anni prima, ma non lo aveva detto a nessuno e si era rifiutato di ricevere qualsiasi terapia. Gian è steso sul letto, l’hanno vestito con l’unico abito classico che possedeva. Non amava vestire elegante. Gli avevano lasciato gli occhiali. Le sue labbra sembrano accennare un sorriso.Il colorito non era più pallido della sua solita cera. Al capezzale ci sono Rumenta, Gino, ed Alfredo. Mi guardano come se fosse normale vedermi lì.Alfredo mi lascia il posto e mi siedo. Osservo Gian, ricordando tutti gli istanti di vita trascorsi insieme. Spero in una parola dalle sulle labbra. Avvicino la mia faccia alla sua e lo bacio sulla guancia. È freddo. Sussurro: “Figlio di puttana mi hai rovinato la vacanza”. Resto poco nella stanza. Mi allontano verso la cucina e Rumenta mi segue: “Chi ti ha avvertito? Noi non sapevamo come e poi..” “Cazzo non dirmi che non potevate trovare il mio numero! Sono qui per caso!”“Hai ragione Cristiano ma…” e gli zampilla una lacrima sincera che solca il viso, bagnandogli la barba sfatta da almeno un settimana.Resto lì come uno di casa. Alle quattro sarebbero venuti a prenderlo per la funzione. Ogni tanto arriva qualcuno che mi fa anche le condoglianze. Verso le 14.00 il citofono, nessuno risponde. Chiara deve essere in bagno. Rispondo io. È Dolores. Mi sento subito in imbarazzo. La aspetto all’uscio. Un po’ ingrassata e come sempre bellissima. Mi saluta, sorpresa di vedermi, ma non infastidita. E’accompagnata da un ragazzo alto e ben vestito che tiene per mano un bambino riccio e biondo, vestito con una salopet di jeans. Il bimbo ha al massimo una 6/7 anni, gli tendo una carezza istintiva, ma Dolores mi fredda con uno sguardo che muta in compassione e sembra sussurrare: “Non chiedermi nulla”.Il funerale è noioso, anche Gian si sarebbe seccato. Decido di non andare al cimitero e do appuntamento a Gino e Rumenta in piazza. Dolores con gli occhi pieni di lacrime stenta un saluto e si avvia con il ragazzo alto ed il bimbo riccio verso il parcheggio della stazione. Avrei voluto fermarla, ma poi cosa le avrei potuto chiedere. Vado al bar Sempre Verde per mangiare qualcosa, poi mi dirigo al molo. Il tempo sembra migliorare ed il cielo si colora di un rosso che conosco. Mi siedo su uno scoglio ad osservare il tramonto. Sento Gian vicino, proprio a fianco e mi viene in mente una frase che mi disse anni prima: “Se dovessi morire prima del tempo vorrei morire sano o almeno non sapendo di essere malato!”. Verso le nove m’incammino per Via Speranza ed alzando la testa, intravedo la luce accesa dalla cucina di Gian. Chiara deve essere sopra. Busso, mi risponde e gli chiedo se posso salire. Ha la faccia stanca e gli occhi scavati dal dolore. Ricordo che Gian ne era geloso, anche con me. Tenta di ordinare la casa, ma ogni oggetto deve ricordarle Gian. Mi chiede se voglio un caffè ed io accetto. Le offro una sigaretta. Chiara ha trentasei anni, rossa, un bel paio di gambe, è davvero bella, non alta come il fratello, anche se gli somiglia molto. Tra noi un c’era stata una simpatia, ma non era andata oltre un bacio. Mi racconta che con il Mario, il marito, le cose non funzionavano ormai da tempo e stizzita:” Quel bastardo non è nemmeno venuto al funerale!”. Mi chiede se voglio restare a dormire lì. Sinceramente non me la sento di partire ed accetto. La credenza è piena di nuove sculture di sughero. Chiedo a Chiara se posso vederle e lei accenna un si con un sorriso. Ce ne sono molte con la forma di donna. Una mi pare addirittura di riconoscerla, è Maria, una collega di Gian. Doveva averne scolpito il culo con tanto amore, che appare proprio uguale a quello reale. Chiara mi sorprende mentre osservo la miniatura ed abbozzo un sorriso. Mangiamo hamburger ed insalata. Sono quasi le dieci. Ho voglia di scendere a fare due passi, ma non so come dirlo a Chiara. Per fortuna lei avverte la mia agitazione e mi anticipa dicendo: “Se vuoi andare a fare due passi al paese vai pure, io resto qui, portati le chiavi”. Bogliasco è deserta. Incontro Rumenta al bar. Mi offre un bicchiere di rosso, ma preferisco un negrosky. Ne bevo un paio, Rumenta mi precede almeno di cinque. Siamo entrambi ubriachi e tristi. Iniziamo a parlare di Gian, delle sere trascorse a bere ridere e farci compagnia. Mi racconta che Gian negli ultimi due anni non si faceva vedere più in giro, sicuramente a causa della malattia. Verso la mezza, mi congedo da Rumenta e mi avvio verso casa. Con un po’ di impaccio apro il portone di ingresso. Salgo le scale lentamente. Con molta calma inserisco la chiave nella serratura. Entro delicatamente per non svegliare Chiara, ma lei è ancora sveglia, distesa sulla poltrona in cucina. Mi chiede: “Già sei tornato?” ed io: “Si non c’era quasi nessuno in giro”. Mi fa posto sulla poltrona, all’altezza del suo ventre. Un po’ imbarazzato mi siedo. “Gian ti voleva davvero bene. Spesso parlava di te e diceva che gli mancavi!”. Io sorrido. Lei prende ad accarezzarmi i capelli, invitandomi a sdraiarmi. Mi stendo, ma di spalle. Chiara continua ad accarezzarmi ed io mi giro verso di lei. Siamo faccia a faccia e sento il calore del suo corpo dal respiro. Borbottiamo entrambi qualcosa di incomprensibile. La bacio dolcemente sulle labbra, lei sorride, poi ci baciamo ancora fino a che inizio ad accarezzarle le caviglie, poi le cosce e poi il seno. Il cazzo mi diventa duro quasi da farmi male. Ci solleviamo dalla poltrona. Mi toglie la maglietta e gli occhiali. Io faccio altrettanto con lei. Le sfilo il vestito ed inizio a succhiargli le tette, poi il ventre e la fica, fino a quando, toltomi i pantaloni e le mutande le apro le gambe e la penetro con tutto me stesso. Lei sospira un “si” di dolore, piacere e liberazione. La statua di sughero che avevo lasciato sul tavolo sembra osservarmi ed io allungo il braccio e con un dito, delicatamente, la rigiro verso la finestra.
Capitolo quarto
L’armadio
Domenica mattina. Mio padre mi chiede di fargli compagnia. E’un tormento restare in casa a fargli da infermiere, ma sono l’unica persona che non l’ha mai completamente abbandonato. Quando sono a casa, ho l’obbligo di impiegare il tempo per evitare di impazzire. Odio restare a casa forzatamente. E’una cosa che mi porto dentro fin da bambino quando, per punizione, mi proibivano di scendere in strada a giocare.Per quasi un anno, i miei genitori, impegnati nel lavoro, mi affidavano ad una famiglia di contadini. Avrò avuto al massimo dieci anni. Quei bastardi mi lasciavano da solo in casa per ore intere, fin quando mia madre non tornava da lavoro e veniva a riprendermi. Non mi portavano con loro in campagna perché pensavano fossi troppo gracile. Spesso ho pensato di scappare da quella casa, ma non ho mai trovato il coraggio di farlo. Impiegavo le interminabili ore in attesa d’esser liberato nei modi più balordi. Uno fu quello di uccidere gli insetti con un vaporizzatore per i vetri. Calibravo il diffusore fino a fargli fare uno spruzzo netto e potente, prendevo la mira e sparavo. Le mosche erano le mie vittime preferite, ma non risparmiavo zanzare e ragni. Anche se i ragni mi facevano pena, con quelle zampette così lunghe e fragili. Meno male che nel cortile della casa c’era Argo, un cucciolo di collie che mi teneva compagnia. Ero veramente un bambino triste quel periodo. Per ammazzare il tempo decido di ordinare la pila di carte che invade la mia scrivania. Il mio disordine mentale si concretizza invadendo tutti posti che vivo, dall’ufficio alla macchina, alla stanza. Sento l’esigenza di fare ordine, ma a fondo. Svuotarmi per fare posto al nuovo, anche se mi spaventa dover fare i conti con i ricordi. Inevitabilmente per gettare le cose dovrò constatarne la necessità. Ci sono centinaia di bozze di testi mai terminati, stralci di racconti, documenti. I libri occupano in maniera caotica gran parte dello spazio. Avrei bisogno di una nuova libreria. C’è da ordinare anche l’armadio a quattro ante che custodisce di tutto, da vecchie musicassette a vestiti, che ormai non indosso da anni e tutto quello che resta in casa di mia madre. Non so da dove cominciare. Inizio ad ordinare degli album di fotografie. Inevitabilmente ne apro uno e lo sfoglio. È troppo difficile decidere cosa gettare e cosa conservare, così prendo la sana decisione di gettare tutto, salvando solo i dischi, le musicassette ed i vestiti che indosso abitualmente. Me ne pentirò, ma devo svuotare la stanza. Scendo da casa per acquistare dei sacchetti neri grandi. Nell’arco di un’ora riempio tre bustoni enormi e pesanti. Conservavo ancora i vestiti che indossavo al liceo: le camice a quadroni che ho amato, la giacca di pelle nera rubata a mio cugino Mario, i jeans lacerati a colpi di lamette. Dopo aver gettato tutto starò meglio ed avrò uno sguardo limpido e sicuro per il futuro. Devo sedare la foga, altrimenti sarei capace di smontare e gettare il mobilio. Mio padre è nella sua stanza e s’insospettisce per il fracasso che sto facendo. Si accosta lentamente alla mia stanza e dice: “Cristià ma che stai combinando?” “Niente papà, sto gettando tutta la roba vecchia, mi farà stare meglio e dovresti farlo anche tu!”. Mio padre mi guarda impaurito. Sono sudato marcio ed in preda ad un eccitazione folle.“Ma stai gettando anche le cose di tua madre?” “Si, soprattutto quelle, tanto non vive più con noi e mi innervosisce avere l’armadio pieno delle sue cose!” “Ma se torna si imbestialirà!”. Io incalzo: “Non me ne frega un cazzo! Se ci teneva alle sue cose se le sarebbe portate con lei!” “Ma almeno chiamala e chiedile se questa roba le serve” ed io indurendo i muscoli: “No!”. Mio padre inizia a piangere come un bambino ed io gli urlo: “Smettila se non vuoi che getti anche te!”. Lui mi si avvicina tentando di abbracciarmi ed io mi scanso. In un paio d’ore ho svuotato la stanza, mi resta da spolverare e lavare il pavimento e l’operazione è conclusa. Alle otto scendo di casa per gettare i sacchetti. Mi stendo sulla vecchia sdraio ingiallita dal sole fuori al balcone. Accendo una sigaretta e mi gusto il momento dello svuotamento. Tutte le cose vecchie, inutili ed ingombranti sono fuori dalla mia stanza. Il paesaggio al balcone non offre un gran spettacolo, tranne la stazione di Marigliano che da lontano ed illuminata, appare come un’astronave con i passeggeri che, per una attimo, immagino avere tutti la mia faccia ed il mio sentimento per il mondo.Devo abituarmi all’ordine creato. Rientro nella mia stanza con passo lento. Mi sento quasi un estraneo.L’umore di mio padre inizia a preoccuparmi. Ha bisogno di cure. Non ho mai creduto che i farmaci potessero guarirlo, ma tutte le mie buone intenzioni non servono a nulla. La poltrona bianca nel salone ha ormai il calco del suo culo, scavata dal suo esile corpo, immobilizzato dalla paura. Quest’uomo, che ha minato la mia mente con urla e piccoli delitti quotidiani, è mio padre. Credo gli avrei voluto bene anche se fosse capitato nella mia vita come uno qualsiasi. Il mio affetto va oltre la carne.La sua anima si è smarrita una sera che, ubriaco ed in preda al delirio di onnipotenza, tentò di massacrarmi, dopo aver tagliato le linee telefoniche di mezza Nola e squartato le ruote della mia macchina. Mia madre chiamò la polizia, temendo che la serata potesse non concludersi con la solita lite verbale. Io ormai ero un uomo e capace di reagire. I miei nervi erano forti e tesi ed avrei potuto combattere, vincendo anche contro un uomo più grosso di me di altezza e peso.Quella sera i poliziotti arrivarono scortando gli acchiappapazzi del Centro di salute Mentale. Non appena mio padre li vide, mi mollò uno schiaffo con il dorso della mano che mi fece sanguinare il naso. Credeva fossi stato io a chiamarli. In un attimo gli si scaraventarono contro come se fosse un animale da braccare. Quattro infermieri corpulenti lo immobilizzarono. Due gli tenevano le gambe, gli altri due gli stringevano le esili braccia. Poco prima sarebbe stato capace di uccidermi, ma ora urlava il mio nome a squarciagola “Cristiano a papà aiutami, Cristiano mi fanno male, papà non è cattivo ti vuole bene!”. Io mi rintanai in un angolo in cucina. Avrei voluto urlare più di lui. Sferrai un cazzotto nel muro che, vibrando, sembrò gemere dal dolore per il colpo subito. La mano cominciò a gonfiarsi, mentre piccole gocce di sangue la solcavano. Mia madre era terrorizzata. Le lacrime degli occhi le avevano ricoperto tutto il viso. I sedativi somministrati lo fecero dormire per quasi ventiquattro ore. Al risveglio io ero accanto al suo letto. Non dormivo da due giorni. Mi riconobbe a stento. Gli accarezzai il viso sorridendo e gli sussurrai: “Che casotto papà! Ma tranquillo, aggiustiamo tutto.” Ora, quest’uomo scarno e depresso, paga le conseguenze di una vita bruciata a metà. Spesso mi ripeto che non finirò come lui, ma se dovessi affondare, lo farò in grande stile.
Mio padre ha deciso di ricoverarsi in una clinica psichiatrica. Non vorrei si relegasse in quattro mura disinfettate, ma non mi ripugna l’idea di avere casa libera. Un ricovero estivo è come un suicidio, lento e cosciente.Ormai Agosto è alle porte e la noia farà irruzione nella mia stanza, senza né bussare né chiedere permesso ed io non opporrò resistenza. Sento di esser pronto per frantumarmi nell’isolamento.Lo svuotamento dei giorni precedenti è stato preludio di qualcosa di energico. Spesso le mie elucubrazioni sembrano schizzare come sangue vivo da una ferita profonda, procurata da un trauma perso nella memoria, del quale non ho un ricordo nitido.Riuscirò mai ad alimentare qualcosa con questo nutrimento prezioso. Se quest’energia non troverà una forma osservabile, esteticamente comunicabile, solida o liquida, sono sicuro che si scaglierà contro di me.Del lavoro non me ne frega un cazzo. Ho fretta di trovare pace e starmene in compagnia di me stesso. M’impegnerò affinché i giorni trascorrano fluidi, senza imprevisti. Accompagno mio padre al centro di salute mentale per produrre la documentazione necessaria al ricovero. Durante il colloquio con il medico mostro una flebile opposizione, ma tutto procede come da copione. L’incartamento è pronto. Scarico mio padre in clinica il primo venerdì di agosto. Alla segreteria della clinica ‘Villa Maria’ ci accoglie una bruna dai contorni del viso marcati ed un vestito leggero che lascia intravedere un corpo ben fatto. Il mio sguardo si insinua in ogni anfratto di carne che s’intravede. Capisco il suo imbarazzo, simile ad una penetrazione non gradita, ma l’educazione formale di mio padre la rassicura. Gli assegnano una stanza che ospita un paziente innocuo, Amilcare, musicista depresso scampato a tre suicidi. Accarezzo mio padre come se avessi le mani unte da un balsamo santo, come quello che si usa nei massaggi, lui mi sorride. Un’ora e sono libero. Non ho avuto problemi a far coincidere la sua degenza con le mie ferie. Ancora quattro giorni di lavoro. Lui ne avrà almeno per tre settimane. Il mio momento di libertà è vicino.A lavoro sorrido ai colleghi, in maniera quasi schizofrenica. Quanta importanza ha il presente al cospetto del sottosuolo da analizzare: praticamente nulla. Chi mai di loro potrebbe immaginare i nodi che ho da sciogliere per continuare a sopravvivere al quotidiano. Non mi basta più la birra ghiacciata da Ilario, tantomeno un ricco intruglio alcolico da bere in fretta per anestetizzare la diversità.Nella mia esistenza non ho negato rifugio a nessuno, ma sono consapevole che alla mia corte non c’é qualcuno in grado di ospitare me ed i miei pensieri. Tutti partiranno per le vacanze. Potrei confidare in Dobro, ma lui e Pippo m’hanno spiazzato con una probabile vacanza lavoro in l’Inghilterra. Partiranno, ne sono sicuro più di loro. Faccio scorta di carne di maiale, havana, cocacola, limoni ed una stecca di sigarette. La musica non manca.È il 14 di Agosto. Mi sveglio con la sensazione che hanno i bambini l’ultimo giorno di scuola che precede le vacanze. Ritorno da lavoro. Mi soffermo sull’uscio della porta. Respiro profondamente come se stessi per immergermi nell’acqua. Entro in casa e mi lascio il mondo fuori. La porta fa un rumore simile a quello dei cancelli delle galere usato nei film.Osservo la mia casa. È ospitale. Mi preparo un’ havana e coca con succo di limone, ‘carico’, affinché faccia effetto rapidamente. Mi spoglio. Sono nudo in casa: che senso di libertà! Spengo il cellulare e metto fuori posto il telefono. L’havana non smentisce la sua gradazione. Metto su ‘Grace’ di Buckley.Sento dalla strada le voci dei vicini che si preparano per le vacanze. L’alcool sale alla testa ed il peso del corpo diventa un fardello da cui liberarmi, ma lentamente. Per accelerare il distacco, mi preparo un’altro drink, ancora più forte. Un gruppo di formiche, in fila indiana, fanno provviste delle briciole di pane sparse sul pavimento. Mi stendo, con la pancia sul tappeto in cucina, per osservarle da vicino. Ignorandomi, continuano la loro missione. Mi piacerebbe esplorarne la tana, ma il corpo me lo impedisce. Decido di annaffiare le piante fuori al balcone e faccio appena in tempo ad accorgermi che sono nudo. Vado in camera e prendo la mia camiciai lino bianca ed il pantalaccio di cotone. Mi specchio, come se stessi uscendo per un appuntamento. Mi affaccio al balcone, afferro il parapetto con le mani e mi guardo intorno, sospirando, come farebbe un padrone in contemplazione del suo podere. Prendo l’annaffiatore, lo riempio ed elargisco democraticamente l’acqua alle piante. Alcune sono secche da mesi, da quando mio padre non le cura più. Ma quelle grasse resistono e devono provare un gran piacere nell’essere dissetate. Di una di loro ne conosco la storia. L’ho curata io personalmente ed ha ricevuto un trattamento privilegiato durante il trasloco dalla vecchia casa a questa. È una pianta grassa dall’aspetto decisamente aggressivo. Un pomeriggio ho notato che nelle aiuole del parco ce ne sono almeno trenta uguali. Impossibile che ce ne fossero altre già da prima del mio trasferimento, le aiuole erano ancora senza terreno quando siamo venuti ad abitare a Marigliano. Non c’è ombra di dubbio: quelle piante sono germogliate dalla mia. Rientro in casa. Chi sa quanti, oltre me e mio padre, hanno scelto o sono costretti a isolarsi mentre tutti sono in preda all’euforia vacanziera. La camicia ed il pantalone mi vestono davvero bene. Mi do un’altra occhiata allo specchio. Cosa potrei fare? Posso fare tutto quello che voglio! Spesso ci s’illude di aver scelto sempre tutto nella propria vita. Potrei truccarmi. Non l’ho mai fatto. L’idea mi piace. Prendo i trucchi di mia madre, scampati allo svuotamento ed il suo specchio rotondo bordato di plastica marrone. Sorrido, ma sono serio. Bevo avidamente un altro sorso di havana. Scelgo un rossetto, rosso. Inizio a coprire il labbro inferiore, poi do un taccatina leggera a quello superiore, lo distendo proprio come fanno le donne. Sono euforico. Impugno la matita per gli occhi. È difficile da utilizzare, ma con calma riesco tracciare un contorno niente male. Con del phard copro le rughe. Mi sento bello e non provo imbarazzo per la destrezza mostrata nel truccarmi. Sorrido allo specchio come se fosse qualcuna che mi guarda attentamente. Chi sa se piacerei alle mie amichette. Sarebbe simpatico scoparmene una con la mia faccia così aggraziata. Osservandomi ancora, noto un’asimmetria. Il taglio del mio occhio destro è diverso da quello sinistro. Devo indagare. Accendo il pc ed apro una foto che mi ritrae in primo piano. È proprio cosi. Il taglio dei miei occhi è davvero diverso. Nella foto accenno un sorriso. L’occhio sinistro è gioioso, ma il destro no, è quasi socchiuso. Sembra nascondere qualcosa. Non c’è dubbio, l’occhio destro è quello introspettivo, introspettivo e triste. Da bambino sono stato operato di strabismo. Forse l’intervento ha alterato qualche nervo. Di una cosa sono certo, alcune persone sembrano ascoltarmi guardando l’occhio destro ed altre quello sinistro. Potrei utilizzare in futuro questa scoperta per discriminare chi mi osservava superficialmente e chi invece tentava di andare oltre. Si! Dovrei trarre vantaggio da questa asimmetria. Il trucco la risalta. Non sono stato bravo. Il trucco dovrebbe nascondere le imperfezioni, non acuirle.Ho lasciato la zanzariera aperta ed è entrata una mosca che mi ronza intorno. Mi infastidisce e tento energicamente di allontanarla, ma non ci riesco. Dobro e Pippo sono a Londra. Mi mancano. Sono gli unici con il quali riuscirei a parlare, senza veli. Sono lontani. Vorrei chiamarli, ma non voglio inquinare la loro esperienza.Un’eruzione di vita sembra minarmi dall’interno. Potrei fare irruzione in un locale con la mia nuova faccia. Ma dove? Muoverei solo compassione. Sono ubriaco. Immagino le facce delle guardie che potrebbero fermarmi. Ubriaco, truccato ed in preda ad un delirio di onnipotenza. Muoverebbero insulti, mi darebbero del degenerato, dell’ubriacone delinquente e drogato. Chi sa se qualche statistica riporta quanti omosessuali prestano servizio nell’arma? Non credo ce ne sia una. Però le battone ed i travestiti per strada lavorano tranquillamente! Ecco cosa potrei fare! Andare allo svincolo dell’autostrada, dove di solito battono i travestiti e con il mio bel faccino dipinto invitarle a trascorrere la serata a casa mia. Probabilmente mi derideranno o la loro sensibilità comprenderà la sincerità della mia anima. Si, è questo che dovrei fare!Sono appena le dieci e combatto contro la mosca entrata in casa.Per arrivare allo svincolo dell’autostrada di Nola dovrei prendere l’auto e sfidare i posti di blocco del ferragosto. In bici sarei davvero troppo poco credibile. Per dare un senso di sovversività alla mia faccia potrei tagliare le ciglia, ma non ricresceranno per il rientro a lavoro. Ma che me ne frega! Ponderando la depilazione, prendo la lima per le unghie e mi accingo ad un accurato manicure. Quelle della sinistra sono diventate troppo lunghe, tanto da impedirmi di suonare la chitarra. Quelle della destra altrettanto per concedermi di arpeggiare. In un quarto d’ora ho le unghie della mano destra curate da fare invidia ad una segretaria in pensione dalla vita. Mi appoggio al divano. Sono stanco e mi addormento. La mosca, ronzandomi intorno alla testa, mi sveglia. Un po’ intorpidito do uno sguardo all’orologio in cucina, sono le tre di mattina ed è tardi per il piano delle battone. L’alcol è svaporato, lasciando posto ad una pesantezza che richiede ore per esser smaltita.Un senso di solitudine mi stringe la gola. Il paese è vuoto, la casa è vuota. Forse relegarmi in casa non è stata una buona idea. Un senso di dipartita s’impossessa dei miei pensieri. Per non rompere l’incanto mi preparo un’ altra havana. Non posso nemmeno ascoltare la musica ad un volume decente. Anche l’essere nudo mi sembra inopportuno. Ma che senso ha la mia vita. Nulla mi appaga. Devo indagare da dove nasce questo senso di disagio. Non è il luogo dove sono vissuto, non è la famiglia che ho avuto. Non ho mai osato chiamare ‘malessere’ quel qualcosa di simile che predomina la mia vita. Gli effetti della mia condizione sono quotidiani, ma la fiamma generatrice viene da lontano e la memoria non riesce a tracciarne le coordinate. Troppo spesso tutto mi appare inutile. Il quotidiano lo sento marcio e corrotto. Sono io o quello che mi circonda? Forse l’errore che commetto è partire da zero. Ogni mattina inizio ad interrogarmi dal nome con il quale mi hanno battezzato, ‘Cristiano’. C’è gente che sembra amarmi. I giovani spesso restano affascinati dalle mie parole.Non ho mai prefissato una meta che vada oltre un mese di vita. Forse posso tutto, ma non mi sono mosso o sacrificato in direzione di niente. Sdraiato sul divano osservo la mia mano, sproporzionata al resto del corpo e nerboruta, protendersi sul bracciolo. Sono forti le mie mani, un’ eredità paterna. Nonostante siano tozze, sembrano comunicare intelligenza. La mosca plana sulla mano destra. Dovrebbe procurarmi fastidio. È l’unico essere vivente percepibile che interagisce con me. La lascio nutrirsi dei residui salini del mio sudore. Esco fuori al balcone per aspettare l’alba, ma l’umidità mi ricaccia dentro. Mi guardo allo specchio, provo odio per la mia faccia. La misantropia è maturata a tal punto che di tutte le forme umane odio quella più vicina all’istinto di sopravvivenza, me stesso.Forse devo farla finta. A che serve interrogarmi su come e quando ha avuto inizio il mio malessere. Il suicidio è una categoria che appartiene alla mia specie. Fagocitando questi infimi pensieri, m’è venuta fame. Arrostisco una bistecca di maiale. Mentre mangio allontano la mosca e ad alta voce mi dico: “Stai mettendo in scena il tuo suicidio ed intanto ti prepari da mangiare, vergognati!”. Forse non è ancora il mio momento. Con uno scatto di nervi afferro la mosca che attenta alla bistecca. Non stringo tanto forte da schiacciarla e riapro il palmo della mano fuori al balcone. Non è morta, la osservo in controluce volare via. Questa mosca è stata spettatrice di una performance. Menomale che non potrà raccontarla a nessuno. Immagino se lo facesse. La mosca, offesa dal mio trattamento, tenterebbe di spiegare a qualcuno cosa sta accadendo nella mia stanza e questo qualcuno, senza comprenderne il linguaggio, l’avrebbe scacciata o spiaccicata al muro dopo il secondo zzzZ zzzZ. Sorrido e riprendo a mangiare la mia bistecca. Accendo la televisione, abbasso il volume al minimo, mi appoggio al divano e mi riaddormento.
Capitolo sesto
Il sogno
Ho lasciato le finestre aperte, la luce entra in maniera invadente. Un vento caldo attraversa la casa. Dovrei ordinare la cucina, ma non ne ho voglia. Socchiudo le imposte per attenuare la luce. Regna un silenzio leggero, sembra ascoltarmi. L’ombra di un pensiero negativo mi appesantisce. Devo aver sognato qualcosa di brutto. Mi adagio sul divano. Fisso il soffitto. Mi concentro per ricordare il sogno. In uno stato di dormiveglia inizio a ricostruirlo. Mentre la mente, si rilassa prende forma il mio corpo disteso sul tappeto. Ho sognato la mia morte! Mi sforzo per ricostruire come sono deceduto. Sono nudo. Non ci sono segni di colluttazione, sono integro, nessuna traccia di sangue. Probabilmente sono caduto, esanime, stroncato da un infarto o qualcosa del genere. All’improvviso entrano in casa mia madre ed un ragazzo, vestito con una maglione di lana colorato a strisce rosse e blu. Non lo riconosco. Suppongo sia stato lui ad avvertire mia madre. L’osservo meglio. Mia madre è calma. Il ragazzo con una stupenda dizione italiana dice: “Vedi Virginia, finiamo in tanti così, ci si spinge oltre, tanto da non poter tornare indietro.” Mia madre risponde: “Se si fosse laureato non sarebbe finito così!”. Il ragazzo sorride. Ha una bocca enorme e due labbra bluastre. Lo guardo meglio. O mio Dio! Non è possibile quel ragazzo ha la faccia di mio padre da adolescente. Vorrei sollevarmi dal pavimento per abbracciarlo, ma spaventerei mia madre. Si siedono sulla poltrona e mi osservano. Mia madre dice: “Dobbiamo ordinarlo per il funerale, ma sicuramente non avrà nemmeno un vestito pulito!”. Mi sollevano e mi portano nella mia stanza. Il ragazzo rovista nell’armadio e trova un completo bianco, che non ricordo di avere mai indossato. Mia madre gli chiede di lasciarci soli per qualche minuto. Mi accarezza come quando da piccolo mi asciugava la fronte bagnata dal sudore per la febbre. Il ragazzo, nella stanza accanto, canticchia un motivo che conosco bene. E’ ‘Estate’ di Bruno Martino. Il parco è pieno di persone. Forse sono venuti in anticipo al mio funerale. Il paese è in festa, ci sono le luminarie che addobbano la strada adiacente il parco, intravedo anche le bancarelle del torrone. Quanta gente è venuta! Ma non riesco a distinguerne le facce.Nessuno piange. Che cazzo, nessuno sembra provare dolore, o perlomeno non lo esprime. Mi commuovo. La mia salma è sul letto, agghindata con il vestito bianco. Ormai mi sono impossessato del sogno e potrei volgerlo a mio piacimento, ma non lo faccio. Potrei alzarmi dal letto, urlare dalla finestra che dà sul parco: “E’ stato un errore, non sono morto! E’ solo un sogno, ci vediamo stasera!”, ma voglio vedere la fine. Allora accendo una sigaretta, ma dei rumori mi distolgono. Con estrema delusione mi accorgo che sul tappeto non c’è nessuno morto. Sono ancora vivo, anche se poi non è stato così brutto morire. Ho fame. Mi preparo una frittata.Sono circa le dieci del mattino. Penso a mio padre in clinica. Decido di andarlo a trovare, ma deve prima passarmi la sbornia. Mi affaccio al balcone ed osservo lo spettacolo desolante di un piccolo paese di provincia svuotato, una popolazione in fuga da se stessa per scampare al ferragosto. Sarebbe bello poter vedere il mare, poterlo raggiungere solo attraversando una spiaggia. Potrei andarci, ma non voglio vedere gente e poi il caldo mi indispone. Vorrei che fosse inverno. Allora si che la spiaggia sarebbe stata accogliente. La natura va contemplata in solitudine, senza traccia umana oltre la tua. Credo che davvero l’umanità stia alla natura, come un stupratore all’abusato. Riesco ad osservare una scorcio del Vesuvio. L’ho visto da vicino solo una volta. Una sera in preda allo smarrimento, sentii il suo richiamo fin dentro alle ossa e camminando in auto gli andai incontro. Salii fin dove si può con la macchina. Una volta parcheggiato, mi sentii uno sputo di cellule indifese al cospetto della natura maestosa. Regnava un silenzio inumano, affollato da centinaia di microsuoni. Riuscivo a sentire il movimento degli insetti, lo scricchiolio delle pietre, la polvere mossa dal vento, lo sguardo insospettito degli uccelli. Nessuna voce umana. Mi addormentai appoggiato ad uno steccato. Di mattina mi svegliarono le voci dei bancarellari. Mi fecero scappar via, rompendo l’incanto ed il sonno. Uno mi chiese anche i soldi per il parcheggio ed io lo mandai a fare in culo sussurrando: “Ma che cazzo ne sai del Vesuvio di notte!”. Lui dovette credermi pazzo.Verso le tre salgo sulla mia Skoda e vado da mio padre. Appena entrato in clinica, vengo avvolto da un lezzo marcio di sigarette che mi satura i polmoni. I degenti sembrano draghi. Al primo piano una donna mi si avvicina, pregandomi di offrirle una sigaretta. Sembra piangere e, ad ogni parola, la bavetta che le inumidisce le labbra, diventa sempre più bianca. Gliene offro una che prende fuoco all’istante, come se gliel’ avessi data già accesa. Dopo dieci passi un uomo grasso, enorme e senza denti me ne chiede un’altra. Fingo di non essere un fumatore e così smarco la schiera di pazienti che mi si avvicina in processione. Entro in camera di mio padre. Dorme sereno. Non vorrei svegliarlo, ma appena mi avvicino al letto apre di scatto gli occhi. Sembra un bambino. La terapia che gli stanno somministrando lo ha rasserenato. Mi dice che ha mangiato bene ed in abbondanza. Il suo compagno di stanza, Amilcare, mi incuriosisce. E’ un musicista, con problemi psichici. Ha una copia delle ‘Memorie dal sottosuolo’ sul comodino. Parla con una lentezza che è caratteristica dei tossici. La sua anima mi appare sensibile, ma non mi fido. L’intelligenza, in certi uomini, si manifesta in una smisurata capacità di manipolazione del prossimo. Mi prende un attacco d’ansia, voglio scappare via e nessuno può trattenermi. Mentre parlo con Amilcare, con uno scatto mi alzo dalla sedia, saluto mio padre, gli lascio il mio pacchetto di sigarette sul comodino e mi dileguo. Alle sette sono di nuovo a casa. Il tricipite del braccio sinistro inizia a sussultare. Forse dovrei riposare, ma prima mi preparo un drink. Il silenzio che mi avvolge non mi piace. Rovisto tra i cd di mio padre e ne scelgo uno di Jaco Pastorius. La musica inizia ad invadere la casa ed a zittire il silenzio. Sono in vena di bilancio. Bevo troppo, ma non tanto da essere un alcolizzato e non poco da farlo solo per gusto; non ho una ragazza fissa; non guadagno tanto da poter viaggiare, ma riesco a nutrirmi. Sono continuamente in cerca di qualcosa, ma non so esattamente di cosa. Ho un’ansia congenita per tutti i posti che frequento. Penso sempre che la mia vita sia altrove, ma non ho il coraggio di cambiare città. Intimamente sono convinto che ovunque vada, poco dopo, tutto, risulti uguale a qui. La malattia di mio padre non mi trattiene. Sarebbe felice di vedermi sereno anche lontano da lui. Sono mesi che non parlo con mia madre anche se ho gioito nel vederla, dopo anni, sorridere.Immagino possibili Cristiano vissuti in altri contesti. Mi sforzo ad immaginarmi medico, ingegnere, assassino, ma nient’altro sembra essere un’alternativa alla vita che ho vissuto. Spesso mi sono vantato di esser riuscito a sfuggire alla mediocrità, anche a costo di vivere una vita alla periferia dell’umanità.Vengo scosso da uno scatto di energia e mi improvviso acrobata, facendo una verticale sul muro della cucina. Mentre sono capovolto, quasi cianotico, intravedo la mia vicina che stende il bucato e mi fissa dalla finestra. Non si spaventa, anzi sorride. Riprendo la mia posizione da bipede e faccio finta di nulla. Non interagisco molto con i miei vicini. Qualche volta li spio. A modo mio li amo. Rispetto il loro mondo, le piccole cose che gli danno soddisfazione. A me non basta il lavoro, non vivo nell’attesa di una vacanza e non consento mai al mio copro di riposare. Non ho avuto una vita facile, né una famiglia modello, ma non sono nemmeno cresciuto né a Scampia né a Bagdad. Non c’è niente che mi soddisfi. Non cedo alla tentazione di un riscatto economico, né ad un filosofia sinistroide fatta di ‘adidas alla moda’ e pseudocultura di nicchia. I centri sociali mi annoiano peggio del calcio. Sono mesi che non accendo la televisione ed anni che non entro in un negozio per acquistare qualcosa. Osservo evitando di essere scrutato. Questo sentimento di inadeguatezza è dentro, nel mio codice genetico, anche se con sforzo mi sono sempre sottratto a quello che era giusto fare. Sono diverso da qualsiasi persona germogliata dai miei avi, tanto da risultare estraneo anche ai consanguinei.Da bambino ho sempre creduto di essere venuto al mondo per adempiere a qualcosa di grande e di unico. Forse sono riuscito ad essere unico solo nella mia narcisistica stranezza. Non so quale potrebbe essere il mio futuro. Potrei suicidarmi, scegliere di non avere figli. Potrei tentare di vivere normalmente, provando ad avere fede in qualcuno o in qualcosa. Perché struggermi ogni instante l’anima chiedendomi chi sono, da dove vengo e verso dove dovrebbe procedere la mia vita. Anche i piccoli traguardi diventano vecchi all’istante e riparto da zero, ogni mattina, a cominciare dalla mia faccia che devo controllare allo specchio, per evitare di dimenticarne la fisionomia.Inizio a piangere. Sono davvero a pezzi. Ho imparato a non chiedere aiuto ed anche se volessi, non saprei chi chiamare. Non è la solitudine ad alimentare le lacrime, provo compassione per me stesso. È troppo tempo che cammino da solo, troppo tempo che ascolto senza essere ascoltato. Questa sera anche le mosche e le zanzare sono prudenti nell’accostarsi alla mia stanza. Forse veramente dovrei farla finita. Ho tanti di quei sedativi in casa da poter stroncare un elefante. Il balcone è a due passi e le lamette non mancano. Nessuno si accorgerebbe della mia morte prima di una settimana. Ho solo l’imbarazzo della scelta. Mi preparo un havana e cola, abbondo con il limone, ma ha un sapore delizioso. Entro nella camera dei miei e mi stendo sul loro letto. Non ho mai dormito in questa stanza. Mi sento quasi protetto. Apro la finestra. La forza di gravità dal quinto piano sembra essere forte tanto da tirarmi già la mascella. Ma il letto è più invitante. Non desidero morire. Mi stendo sul letto e appoggio la testa sul cuscino che odora dei capelli di mio padre. Ha un effetto ancora più rasserenante di un sonnifero.
Capitolo settimo
I bambini
I bambini
E’ pomeriggio. Sono tre giorni che non esco di casa, facendo la spola dalla mia stanza al salone, con sosta in cucina per prepararmi un drink o qualche intruglio per nutrirmi. Le pareti sembrano volersi liberare di me ed io di loro. Devo vedere qualcuno. L’havana è quasi terminato. Suona il citofono. Fosse anche un venditore di aspirapolvere, giuro che lo faccio entrare.“Chi è?”“Sono io apri.” E’ mia madre! Cazzo non voglio mi veda in queste condizioni.“Cosa vuoi?”“Apri, ho delle buste in mano!”.Avrei voluto sparire, svaporare, liquefarmi nel bicchiere, morire. Tutto il mio malessere le sarebbe stato evidente al primo sguardo. Ho la barba sfatta di una settimana, sono avvolto da un alone di catrame e nicotina e sono anche brillo. Faccio sparire in fretta le bottiglie e tento, per quel che posso, di ordinare i piatti nel lavandino.Sta salendo la prima rampa di scale. Afferro le magliette, la biancheria e i pantaloni sparsi ovunque e li occulto nell’armadio. Seconda rampa di scale. Mi fiondo in bagno e con violenza porto con le mani l’acqua dal rubinetto alla faccia. Ingurgito il dentifricio, parte riesco a sputarlo, ma una buona quantità la ingoio. Terza rampa di scale. Indosso un pantalone e l’ultima maglietta rimasta pulita. Quarta rampa di scale. Apro la porta. “Ciao”“Ahe! Sentivo la puzza di sigarette dalla scale! Ma che hai? Tieni una faccia che sembri un cadavere!.” Non riesco a parlare.E’ affannata. Ha due buste piene di roba, le poggia sul tavolo in cucina. Riesco solo a dirle: “Non ho niente!, sono solo un po’ stanco!.”“Non mi saluti nemmeno? Neppure un bacio!”.“Non mi sembra il caso”.“Ti ho portato un po’ di cose da mangiare, ti ho anche preparato la parmigiana di melanzane! Ti piace ancora, vero?”.“Si. Ti preparo un caffè?”“Se non hai qualcosa di fresco in frigo, si.”Queste premure di mia madre m’insospettiscono. Sono anni che non mi rivolge parola in questo modo. Il mio malessere deve esserle palese, ma di certo non può immaginare l’avanzato stato di decomposizione della mia anima. Avrei potuto parlarle, ma non mi avrebbe compreso. Avrebbe posto soluzioni rapide e a buon mercato, del tipo “ti ci vuole una ragazza e devi smettere di bere”.“Sono preoccupata per te!” mi dice con voce seria, mentre preparo il caffè.“T’ho detto che non ho niente, forse dovrei andarmene un po’ al mare.”“Ma perché scappi? Io lo so che c’è qualche problema! Vuoi parlarmene!”“Ti ripeto mamma, non ho nessun problema.”Ho pronunciato la parola ‘mamma’. Deve aver sortito un effetto nel suo cervello, simile alla prima volta che me l’aveva sentita abbozzare da bambino. Povera mamma! Ha trascorso una vita intera per accettare mio padre ed è stata ripagata da un figlio ancora più strano, ancora in cerca della sua identità.Discutiamo un po’di mio padre. Mi dice che non se la sente di andarlo a trovare, ma vorrebbe parlare con i medici. Forse ci andrà domani. Dopo un paio d’ore, mi saluta strappandomi un bacio. Mentre scende le scale, sento un strano movimento dell’anima, apro la porta e la chiamo con tutta l’aria che riesco a muovere col diaframma.“Mamma!”“Che c’è?”“Niente, grazie per la spesa.”La casa è di nuovo vuota. Il profumo di mia madre è ancora nell’aria. Mi rasserena ed agita contemporaneamente. Voglio abbandonare la casa come se stesse crollando. Mi faccio una doccia. Mi sbarbo accuratamente e, come al solito, mi taglio sotto al mento. Scendo le scale, inconsapevolmente so di andare in contro a qualcosa di importante. Assorto nei pensieri, guardo fuori ed osservo. Riprendo coscienza quando mi accorgo di essere giunto al parco S. Remo. Gli alberi e le aiuole non m’erano mai apparse così vividamente verdi. Tutto è nitido e brillante. Scendo dall’auto. I mie passi fanno eco nel viale. Mi siedo una panchina. Accendo una sigaretta. Mentre aspiro, mi arriva una pallonata in faccia che fa sobbalzare la sigaretta, seguita dagli occhiali. La pallonata è violentissima. Sento il naso anestetizzato. Appena ripreso dalla botta, una voce, non molto distante, urla: “Signore, signore, scusate!” e un bambino bruno in calzoncini, mi fa segno con le mani di lanciargli il pallone. Più distante, di cento metri, ci sono altri quattro bambini che per la paura si sono tenuti in disparte, ma hanno fretta di riprendere a giocare.Lo sguardo del bambino bruno mi fissa, con sfida, quasi come a dirmi: “Se non mi passi il pallone vengo io a riprendermelo!”. Scendo dalla panchina, raccolgo gli occhiali, mi dirigo verso il pallone, abbozzo due palleggi e lo tiro forte verso di loro. Lo osservano con i nasini all’insù mentre dall’alto plana sull’asfalto. Appena toccato l’asfalto, esplodono fragorosamente e riprendono la loro partita.


